Il meraviglioso mondo dei monologhi 1

Ovvero: quelli che vogliono giocare solo secondo le proprie regole.

Oggi, durante una discussione, una persona mi ha detto che non capisco nulla degli uomini, affermazione che mi ha portata a cinque lunghissimi minuti di autoanalisi.

Probabilmente che non capisco nulla degli uomini è vero altrimenti non avrei redatto, da antropologa, due tesi sui musei.

Ho studiato i musei perché non capisco gli uomini, ma capisco il linguaggio inteso come codice e quindi interpretabile relativamente ad un percorso espositivo, così come ad una relazione.

Sì, perché cos’è una relazione se non un colloquio? Un discorso tra due parti che parlano, replicano, argomentano, si rispondono. Un dialogo che, come l’etimologia del termine ci suggerisce (dal greco “dia” fra e “logos” discorso), non può esistere senza la compresenza di due entità distinte (e auspicabilmente diverse).

Alcune persone, invece, sembra concepiscano i rapporti come monologhi. Sono il centro del loro universo e non tollerano l’idea, banale ma dagli effetti evidentemente dirompenti, che per giocare in due occorra istituire e cambiare i confini del proprio dialogo, modellare e rimodellare le regole del gioco. Il fatto di giocare in due, lo riconosco, non è sempre piacevole, ma mi chiedo se sarebbe più piacevole, per queste persone, effettuare i propri monologhi di fronte ad una platea adorante che non fa altro che applaudire ed esclamare: “Come parli bene, tu!”.

Oltre a capire il linguaggio, sono brava ad individuare dei modelli di comportamento. E quello che ho osservato è che la strategia comportamentale di coloro che concepiscono le relazioni come monologhi trova una felice definizione nel termine “ricatto”.

Nella contingenza di trovarsi di fronte ad un elemento sgradevole (una immaginaria violazione di immaginari confini ovviamente unilateralmente stabiliti, una richiesta che non è in grado di soddisfare, una semplice affermazione contraria a ciò che alla persona in questione piace sentirsi dire) il monologante reagirà in modo aggressivo, chiudendosi e “retrocedendovi” ad un livello meno intimo di relazione.

E’ piacevole auto-analizzarsi, anche per più di cinque lunghissimi minuti, è in alcuni casi sano concentrarsi su sé stessi, ma io, che non capisco nulla degli uomini, posso dire di essere cresciuta solo nelle occasioni durante le quali ho smesso di fissare il mio ombelico e ho cercato di capire il punto di vista di un altro. Punto di vista che poi non è altro che un insieme di schemi interpretativi (diversi dai miei e connessi diversamente da come con tutta probabilità li avrei connessi io), linguaggio che, con un po’ di sforzo, può diventare discorso.

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SEI IL PEGGIORE NEMICO DI TE STESSO

Ovvero: le regole auree delle lettere d’addio.

 

Oggi un’amica ha chiesto il mio consiglio: è stata lasciata via mail dal fidanzato e voleva rispondere alla lettera in maniera adeguata, con una bella uscita di scena scenografica.

Sebbene io ritenga che, spesso, la risposta più appropriata a certe e-mail sia il silenzio, posso comprendere il desiderio di rivalsa che assale le “scaricate via mail (cioè-senza-nemmeno-una-telefonata-hai-capito-?)”. E’ un senso di frustrazione che deriva dalla compresenza di due istinti antitetici: la volontà di rispondere “a tono” (aspetto razionale) e l’istinto a compiangersi per l’essere state scaricate (aspetto emotivo).

Di seguito propongo quindi un piccolo vademecum alle lettere d’addio, quattro fasi creative grazie alle quali chi lo desidera potrà approntare la propria mail di risposta.

Fase uno: operazioni preliminari.  Concentrati sulla mail che ti è stata scritta: rileggila attentamente, cerca di capirne le logiche, i punti di forza e le debolezze, analizzala nel dettaglio. Probabilmente il prodotto che ti troverai davanti sarà di scarso valore letterario e con errori grossolani (è possibile che nel testo vi sia anche la giustificazione “sai, sto scrivendo di getto”, certo, come se lo scrivere di getto volesse dire dimenticare di aver frequentato le scuole elementari). Sicuramente ci saranno ammissioni di colpa e sicuramente lo scrivente si dorrà tremendamente per il male che ti sta facendo e perché il problema non sei tu è lui. Tieni a bada la rabbia e tieni a mente questi passaggi, perché la regola di questa fase è concentrarsi su quello che si sta leggendo.

Fase due: imposizioni stilistiche. Sì, perché se vuoi che ciò che scrivi funzioni devi darti delle regole. Quindi:

a.       Cerca di essere sintetica: chi ti scrive “di getto” non ha voglia di pensare a cosa scrivere, quindi non ha nemmeno voglia di pensare a quello che legge. Per mantenere alta l’attenzione è fondamentale non dilungarsi concentrandosi, piuttosto, sulla composizione di periodi brevi e chiari;

b.      Non alimentare il suo ego: sei stata scaricata. Il che vuol dire che tutto ciò che dirai può essere interpretato come rancoroso, goffo tentativo di apparire fredda da parte di una che, in realtà, sta solo rosicando. Eviterei quindi di vomitargli addosso tutti gli sbagli commessi da lui durante la relazione e i vari “e-perché-tanto-se-non-mi-lasciavi-tu-ti-lasciavo-io”. Non cadere nell’errore di provare a ferire il suo orgoglio utilizzando argomenti come la sua virilità: sappiamo che i maschi ci tengono, ma è una strategia ormai inflazionata. Se vuoi ferire il suo orgoglio fallo seriamente e in maniera subdola in primo luogo ridimensionando: la vostra storia, il fatto che ti abbia lasciata, le sofferenze che ti attribuisce, tutto. In secondo luogo utilizzando una delle armi più potenti che esistano: il senso di colpa. Attenzione, però, ad utilizzarlo scientemente: niente scene da vedova abbandonata. Il senso di colpa, difatti, non va innescato assolutamente mai a partire dalla vostra storia: lavora lateralmente, ad esempio rispondi per punti a ciò che lui ti ha scritto e, con nonchalance, evidenzia le sue scarse capacità sintattiche, i suoi errori grammaticali.

Fase tre: pulce nell’orecchio. Chi ti dice “è colpa mia” o “il problema non sei tu, sono io” non ci crede veramente. Si tratta solamente di uno stratagemma per non dover realmente riflettere sulla situazione, un modo sbrigativo di togliersi dall’imbarazzo di dover affrontare i propri problemi relazionali di fronte ad una giuria severissima (se stessi). Sta a te, dunque,  insinuare nella mente del tuo interlocutore la possibilità della sussistenza di un problema reale. Già il solo fatto dell’ipocrita assunzione di colpa può fornirti infiniti spunti. Da ricordare è che, anche in questo caso, il tuo tono non deve essere quello aspro del rinfaccio, ma quello pacato e premuroso di chi lo consiglia, di chi in fondo “lo dice per lui”.

Fase quattro: chiusura ad effetto.  Considerando che la mail dovrà essere sintetica ti ho dato numerosi elementi per stendere l’introduzione ed il corpo della lettera. Passiamo alla chiusura: deve essere una sola frase, incisiva, che riassuma il senso di tutto ciò che hai affermato nelle righe precedenti ma che, contemporaneamente, non sia troppo chiara e lasci aperto qualche interrogativo. Solitamente consiglio “sei il peggiore nemico di te stesso” perché è una frase per tutte le stagioni e tutte le personalità, si sposa bene con qualsivoglia sia il motivo della rottura e lascia un aperto un margine di dubbio discreto, ma non esagerato. Dubbio che, ovviamente, tu non chiarirai mai.

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Ricordarètutto

Ovvero: “Beata te! Io non ricordo mai niente!”

 

Quando qualcuno si accorge che ricordo tutto solitamente mi invidia e commenta: “io invece non ricordo mai niente”. Che poi non è vero che ricordo tutto, ma ricordo molto e a lungo: frasi esatte di conversazioni avute anni e anni fa, particolari (com’era vestito tizio, dove guardava, che gesto ha fatto con la mano), date (no, i compleanni no), visi, esperienze condivise (spesso nel dettaglio), fotografie viste anche solo di sfuggita, arredamenti, gusti e preferenze delle persone alle quali tengo, cosa dà fastidio a caio, cosa lo fa arrabbiare, cosa invece lo gratifica.

Beata te. Io invece non ricordo mai niente.

Ricordare tutto, però, significa ridere raccontando aneddoti che nessun altro rammenta. Significa salutare persone che sono convinte di non conoscerti. Significa sentirsi in colpa perché le proprie bugie non sono mai state scoperte. Significa impegnarsi per utilizzare il massimo riguardo con le persone che ami ricordando le loro preferenze e non avere nessuno che lo apprezza, semplicemente perché quelle persone non possono immaginare che tu ricordi e coscientemente agisci per renderle felici. Significa leggere una sorta di stupore mai positivo sul viso del tuo interlocutore quando gli dici che sì ti ricordi che fa tal lavoro/abita in tale città/ha tale abitudine. Significa, conseguentemente, fingere di non ricordare e ascoltare storie e spiegazioni che ciclicamente si ripetono. Significa dare attenzione ad individui che pretendono tu acquisisca nozioni che sono già tue. Significa capire immediatamente quando a qualcuno smette di importare di te (e quando non gli importa già da subito). Significa cogliere l’incoerenza tra due versioni di un medesimo racconto narrato dalla medesima persona e soffrire facendo finta di non notarla. Significa sentirsi strani quando invece decidi di farla notare. Significa ripensare ossessivamente alle critiche che ti vengono fatte, quando chi le ha mosse ha già dimenticato tutto. Significa non portare rancore per un torto subito, ma ricordarlo. Non portare rancore per una frase che ti ha fatto male, ma ricordarla. Tu e basta. Ricordare tutto significa essere soli.

Beata te. Io invece non ricordo mai niente.

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PROFESSIONE: “DIRETTORE”

Ovvero: il sistema di valori dell’uomo ricco.

 

Il film “Pretty Woman” l’ho sempre considerato uno dei mali del nostro secolo.

Si tratta di una pellicola assolutamente esilarante che si spaccia per sentimentale. Ed è, come se non bastasse, un film che inculca nelle donne quello che è un vero e proprio falso bisogno: trovare un uomo per riuscire a dare una svolta decisiva alla propria vita.

A cosa serve studiare, laurearsi, lavorare,  arrivare a guadagnare un’indipendenza economica? Tanto arriverà “lui” che, innamoratissimo con carta di credito alla mano, rose rosse in bocca e “Traviata” in sottofondo, ti porterà via.

L’aspetto spassoso della vicenda è la professione svolta dalla protagonista prima di essere “salvata”: la prostituta.

Suvvia è chiaro che si tratta di un film comico scritto da uno sceneggiatore dotato di grandissimo senso dell’umorismo. Chi altri potrebbe infatti pensare seriamente di convincere noi, donne emancipate, che esista una reale differenza tra l’essere pagata per elargire un servizio e l’elargire lo stesso servizio al riccone di turno che ti ha salvata e allegramente ti mantiene?

Ah già, giusto, a redimere la protagonista del film non è il riccone, ma l’Amore.

Nell’800 l’“amore romantico” era il pretesto con il quale gli uomini (scrittori dei più celebri romanzi borghesi che per decenni hanno orientato gusti e mode delle popolazioni europee) tentavano di convincere le donne a condurre un’esistenza il cui unico scopo era quello di servire e riverire il proprio marito. Oggi l’“amore romantico” è la scusa che utilizzano le donne per riuscire ad accalappiare un uomo che le mantenga e poter finalmente condurre un’esistenza il cui unico scopo è quello di servire e riverire il proprio marito.

Direi che abbiamo fatto molti passi avanti, eh?  

Ad ogni modo in molte sognano il riccone. Non parlo di un uomo semplicemente benestante, parlo di un uomo incredibilmente ricco, un uomo con un capitale spropositato (debitamente depositato all’estero).

E’ bene allora addentrarci sinteticamente nell’universo di valori di questo riccone che, la maggior parte delle volte, non somiglia minimamente a Richard Gere e non la pensa minimamente come il personaggio da lui interpretato nel film.

Possiamo dividere i ricconi in due categorie: i ricchi di famiglia ed il self-made men.

I ricchi di famiglia per la maggior parte dei casi sono degli inetti: si ritrovano tra le mani le aziende del papi senza avere reali capacità gestionali e finiscono per bruciarsi il patrimonio. Sono persone abituate ad averti al loro servizio e che credono che un regalo (scarpe, borse, completi intimi, viaggi) possa indurti a perdonar loro qualsiasi cosa.

Esistono, tuttavia, anche ricchi di famiglia non inetti. Persone con un’intelligenza brillante che riescono a sfruttare le proprie potenzialità con discreto successo. Solitamente si dicono di sinistra ed hanno un atteggiamento vagamente intellettualoide e radical-chic. Sono dei bohemien con fondo fiduciario in dotazione. Sono quelli che a soli ventidue anni hanno già una casa intestata ed un macchinone, però votano rifondazione e si vestono da “lotta proletaria”. Assolutamente adorabili.

Ben più interessante è l’universo dei self-made men: uomini che devono quello che hanno esclusivamente alle loro capacità. Uomini che hanno cominciato a lavorare presto e partendo da posizioni relativamente umili, tenendo occhi ed orecchie apertissimi, assorbendo tutto l’assorbibile, sgomitando lo sgomitabile. Sono uomini che imparano in maniera incredibilmente veloce, che hanno  saputo trarre una lezione da qualsiasi situazione gli sia capitata nella vita e che, spesso, hanno superato (rubandogli un notevole numero di clienti/affari/soldi) chi ha intuito le loro capacità ed ha fatto loro da mentore.

Questi uomini possono insegnarti molto. Da loro imparerai come comportarti nelle situazioni mondane, come stringere relazioni, come dire senza dire, come chiedere senza chiedere, come fiutare chi vuole prenderti in giro e chi ti sta mentendo, come persuadere il prossimo, come trasformare qualsiasi ostacolo si ponga sulla tua strada in un vantaggio.

Sì, sono uomini che possono insegnarti molto. Ma sono uomini che non ti salveranno, mai. E che in nessun caso ti porteranno via.

E non credere che questo dipenda dall’affetto. Possono anche volerti sinceramente bene, ma si tratta di un sentimento che si inserisce nel loro universo di valori. Un universo di valori che è diverso dal tuo: per loro anche le relazioni sono contratti e tu sei solo uno dei tanti.

Il matrimonio, per loro, non è altro che un negozio giuridico, una transazione di capitali e persone. E come qualsiasi transazione deve essere vantaggiosa. Tenderanno quindi a prediligere donne coetanee (o anche due o tre anni più grandi), riccone (per la maggior parte di famiglia) quanto o più di loro, con capitali spropositati debitamente depositati all’estero.

Non pensare di poter essere presa in seria considerazione se non sei detentrice di queste tre caratteristiche. Al massimo potrai essere l’amante. Potranno provare per te un trasporto anche maggiore di quello che sentono per la legittima consorte, perché con te condivideranno il lato intimo delle loro vite; ma non condivideranno il lato ufficiale, quello di rappresentanza, quello per cui serve lo status di “uomo rispettabile con moglie”. E magari ti porteranno anche in giro in contesti pubblici, ma per esibirti, per far vedere quanto sono marpioni loro che oltre alla moglie (santa/asessuata) hanno l’amante (prostituta/sessuata). Quando poi, a voler fare i fiscali, è paradossale che si consideri te la meretrice dato che l’utile che ne ricavi tu oggettivamente è inesistente (a meno che non consideriamo un utile il piacere della compagnia del soggetto, in quel caso, allora, il rapporto direi che è paritario).

E’ un universo di valori particolare questo dei self-made men. Tranquillizzante, ordinato, dove ci sono un numero spropositato di etichette a definire ogni persona e situazione ma dove, sotto le etichette, i confini e le regole appaiono tremendamente incerti e sfumati. Devi viverci molti anni in quest’universo di valori per riuscire minimamente a raccapezzarti ed orientarti. E’ un universo dove persino la parola “valori” diventa un guscio vuoto passibile di interpretazione, un titolo da quotare in borsa e vendere quando inizia a non essere più conveniente.

Ah, probabilmente a vedere “La Traviata” non ti ci porteranno mai. Ma continua pure a sperare, se vuoi.

 

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TRA MOGLIE E MARITO NON METTERE IL DITO

Ovvero: rivedersi dopo che ci si è lasciati.

Quando Marco mi telefonò per dirmi che rivoleva il suo libro, una morsa di malinconia e tristezza mi attanagliò: da quel momento in poi come avrei fatto a non far traballare il tavolino del salotto, quello con una delle quattro gambe più corta delle altre?

Ovviamente ero consapevole che la richiesta costituiva un disperato tentativo di rivederci. Perché, poi? Può capitare che una persona (solitamente un ex) sia la causa del nostro malessere. In questo caso credo sia assolutamente sbagliato e stupido cercare in lui/lei la soluzione ai nostri problemi. Lui/lei è la fonte, non la soluzione.

Ad ogni modo decisi di rivederlo, Marco, per riconsegnargli il suo libro.  A condizionare la mia scelta influirono in modo determinante le quotidiane telefonate esortative e le supplichevoli nonchè assurdamente assidue mail: incredibile come la dignità di una persona possa, in alcuni casi, valere quattordici euro e cinquanta.

Lui citofonò. Io scesi. Lui guardò me e guardò il libro. E mi sgridò perché era sgualcito.

“Cosa regalata resta incatenata!” dissi io. E questo fu esattamente l’inizio della fine. Sì perché la mia mente entrò definitivamente nel loop dei proverbi impedendomi di fornire, a qualsiasi esclamazione provenisse da lui, una frase che non fosse, per l’appunto, un proverbio:

“Dai alla fine non è molto freddo oggi”.

“Rosso di sera bel tempo si spera”.

“Mah”.

“Chi dice mah cuor contento non ha”.

“Sai credevo fossi diversa dalle altre”.

“Chi va con lo zoppo impara a zoppicare”.

“Eppure continuo stupidamente ad avere la speranza di tornare con te”.

“Chi di speranza vive, disperato muore”.

“Ma la vuoi smettere con i proverbi?”

“Chi la dura la vince”.

“Sei una stronza”.

“…”

Sì, probabilmente sono una stronza. O probabilmente, a parlare dopo che ci si è lasciati, le frasi hanno tutte il gusto scialbo delle espressioni preconfezionate.

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IL DELIRIO DI UNA STORIA LUNGA UN BACIO

Ovvero: psicolabilità.

Geronzio era un uomo che dopo averlo conosciuto avevi voglia di chiamare.

Già, Geronzio era uno di quegli individui che hanno la personalità che somiglia molto al nome. No, non perché fa schifo, ma perché è particolare (sì, ok, è un modo politically correct per dire che fa schifo). Un temperamento fallico (per i meno sottili: carattere del cazzo) che ti trae in inganno, perché frequenti il soggetto convinta che gli aspetti “curiosi” della sua indole possano essere il preludio alla scoperta di un qualcosa di interessante, ma poi ti rendi conto che è solo strano.

Ci conoscemmo il 15 agosto io e Geronzio, nel suo paese in occasione della sagra della polenta e cinghiale.

Lui mi fissava con i suoi timidi occhietti azzurri. Aveva quasi quarant’anni e gli occhi azzurri in un paese di uomini con gli occhi neri e dove le donne adoravano gli occhi azzurri. Questo, però, anziché donargli l’atteggiamento da unico gallo del pollaio lo fece sprofondare in un turbine di leopardiana insicurezza e solitudine (per i meno sottili: sfiga), smentendo ciò che ho sostenuto nel post “La sindrome da animatore turistico” che siccome mi piace sto nominando nella speranza che acquisti visibilità.

Tutta la sofferenza degli anni di gioventù Geronzio l’affogò nei vizi: fumo, droghe, alcool e pantaloni di velluto a coste blu.

Li indossava anche quella sera estiva mentre mi guardava bramante di desiderio; e ancora ricordo le mie palpitazioni quando si avvicinò a me per chiedermi se cortesemente potevo spostarmi da davanti il banco della porchetta e contemporaneamente, con un gesto di sublime poesia, ravanò nel retro dei pantaloni per rinfoderare la canotta bianca di lana che fuoriusciva in corrispondenza del suo fondoschiena come una leggera spuma sulla cima di un’onda. Il 15 agosto.

Mi pare ovvio che fu subito passione. Ci appartammo in una romantica fratta e rimanemmo un po’ in silenzio. Un bel po’.

“A cosa pensi?” chiese lui.

La domanda mi mise in imbarazzo perché non sapevo se dirigermi verso la brutale sincerità (ossia: “A quanto cavolo ci metterai ancora prima di saltarmi addosso”) o la gentile menzogna (tipo: “Che sto bene). Alla fine optai per un diplomatico: “Non sto pensando a nulla”. Era una dolce creatura Geronzio e non volevo ferirlo.

Finalmente ci baciammo e per la prima volta sperimentai la tecnica del pesce rosso: consiste nel toccare labbra o parti del corpo di una persona chiudendo e aprendo spasmodicamente la bocca. Mi faceva scoprire nuove frontiere della sessualità, Geronzio.

A metà del nostro idillio lui si interruppe e mi disse:

“Grazie”

Ed io: “Eh?”

Ripeté: “Grazie”

Ed io, ancora: “Eh?” (mai il proverbio “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire” fu più veritiero).

Mi resi conto che non potevo andare avanti così ancora per molto e gli chiesi: “Ma grazie di che?”.

La sua risposta fu: “Di avermi permesso di baciarti”. Ed io dovetti far appello a tutto il mio autocontrollo da gran signora per non replicare: “Prego, 200 euro”. Difatti mi rifugiai in bagno, storico luogo di riflessione e di lotta, e fu lì che pensai che il vortice di maschia irresistibilità in cui mi stava travolgendo Geronzio era forse troppo forte per la mia instabile ed immatura personalità.

Tornai da lui e glielo comunicai. In modo estremamente diretto, come si fa quando hai davanti un uomo sicuro di sé e maturo, che non fa una piega di fronte ad un tuo rifiuto.

Passai tutta l’estate nel paese di Geronzio, ma dopo quell’episodio mi sembrò di intuire un leggero e velato astio nei miei confronti. Tipo quando diede fuoco a casa mia.

Decisi che era forse il caso di incontrarlo e parlare e fu una discussione davvero preziosa: le argomentazioni mature di Geronzio non mi lasciavano via di fuga. Insomma, voglio dire, si può forse controbattere ad affermazioni come “Specchio riflesso”, “C’hai creduto faccia di velluto” o “Scema sei te mille volte più di me”? Impossibile.

Poi, finalmente, giungemmo al nucleo del problema. Mi disse, con un tono di voce che non avrebbe saputo sfoggiare nemmeno Clark Gable nei suoi momenti migliori (quelli del “Fancamente me ne infischio”, per intenderci): “Tu mi hai lasciato. Io ho accettato il fatto. Fallo anche tu”.

Grande frase. Ho sempre subito il fascino del melodramma e questa battuta mi tramortì, anche perche dovetti riflettere per qualche secondo sulla possibilità ontologica di riuscire ad accettare qualcosa che si è deciso in prima persona pur non essendo affetti da disturbo bipolare.

Dopodiché riuscii a concentrarmi sul significato dell’affermazione e cercai di avvertire Geronzio del fatto che, forse, nel suo piccolo mondo dei mini pony nessuno lo aveva avvisato che un uomo ed una donna, per lasciarsi, devono prima mettersi insieme. Non ne volle sapere. Continuava a ripetere “Tu mi hai lasciato” e compresi che ormai dal suo piccolo mondo dei mini pony ero stata bandita.

Tornai nella mia città sconfitta ed amareggiata, pensando a lui che da quel momento in poi avrebbe parlato di me come una delle sue ex, magari definendomi come una storia breve ma intensa, ricca di aspetti controversi e complicati, talmente importante che poi ti lasci in cattivi rapporti, perché se condividi un tempo lungo quanto quello di un bacio non puoi sperare che poi si possa rimanere amici.

Ah Geronzio. Geronzio era un uomo che dopo averlo conosciuto avevi voglia di chiamare. Sì, la Neuro.

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L’ARTE DELLA RITIRATA 2

Ovvero: il rifiuto come strategia di marketing non funziona.

Bene, Palletta. Diciamo che ti è andata bene: stasera tu e lui uscite insieme, non da amici. Perché si capisce benissimo quando si esce da amici e quando si esce da altro, puoi tranquillamente abbandonare quella falsa modestia che ti fa ridere sotto i baffi. Siamo tra confidenti qui.

Dunque stasera uscite e innumerevoli dubbi esistenziali attanagliano la tua mente di Palletta: “Che mi metto? Meglio scarpe alte o basse? Gonna o pantaloni? E se mi vesto elegante poi gli do troppa importanza, ma non voglio essere sciatta. E come mi trucco?”. Perché ti sembra che ogni piccola scelta riguardante la tua preparazione possa decretare in maniera irreversibile il successo o l’insuccesso della serata. Ed è a questo punto che arriva la domanda delle domande, l’atavico dilemma: “Gliela do? Sai, così alla prima sera magari pensa male”.

Bene, Palletta. Ti confiderò un segreto: lui a te piace molto, giusto? E allora devi fare solo ed esclusivamente quello che ti va, perché non esiste ricetta che lo faccia interessare a te se non lo è. O gli piaci o non gli piaci, a prescindere se il rossetto che hai scelto si intona allo smalto (nemmeno se ne accorgerà) e a prescindere da quanto lo farai aspettare per concederti. Che a me le donne che usano il rifiuto come strategia di marketing hanno sempre fatto tristezza. Sai quelle che dicono: “Ma no, gli devi solo far sentir l’odore”. Come se l’uomo fosse un cane da tartufi. No, Palletta, no. Fai quello che ti va di fare: se vuoi andarci a letto vacci, se non ti va non ci andare. E non venirmi a dire che poi magari ti affezioni, lui non ti cerca più e tu ci soffri. Hai superato la sofferenza per la ceretta inguinale, supererai anche questa. In entrambi i casi è solo uno strappo. Perché la parola d’ordine di questa serata non deve essere “cerco-di-diventare-quello-che-secondo-me-lui-vorrebbe-che-io-fossi”, ma la più semplice e rassicurante “consapevolezza”. Consapevolezza del fatto che se gli piaci non penserà male di te se ti concedi. Consapevolezza che se non gli piaci e non ti concedi probabilmente ti cercherà ancora, giusto per puntiglio, ma di sicuro non inizierai magicamente a piacergli per questo. Consapevolezza che potreste andare a letto e non rivedervi più. Consapevolezza del fatto che se ti preoccupi troppo del “dopo”, se vuoi trattenerti perché credi che così potrai in qualche modo legarlo a te, allora è meglio battere in ritirata. Perché devi essere consapevole che se sono pochi gli uomini che hanno stile nel cercare di portarti a letto, sono ancora di meno quelli che sanno comportarsi dopo avertici portata. Quelli che comprendono che venire a letto con te non perché piaci loro ma solo per “svuotarsi” non è sesso, ma masturbazione. Quelli che ti dicono le cose come stanno, che non ti fanno promesse che non gli hai mai chiesto di fare e che non ti danno risposte a domande che non hai mai posto. Quelli che ti ritengono abbastanza intelligente da poter sopportare il peso di un loro rifiuto. Perché se ci vai a letto e poi non vi mettete assieme davvero non ti butterai dalla rupe di Tarpea, questo noi lo sappiamo, ma è probabile che lui pensi il contrario. Gli uomini sono creature egocentriche, porta pazienza. Consapevolezza del fatto che sono pochissimi gli uomini che sanno che il sesso non deve per forza essere incanalato in una relazione impegnativa, ma costituisce comunque uno splendido ponte tra due universi di incomunicabilità; perché magari non ci saranno storie ed innamoramenti, ma momenti di profonda complicità e di trascendimento del proprio egoismo in favore di una dimensione più ampia, di un “noi” anche se per poco tempo sì, quelli ci saranno. Consapevolezza che questi uomini sono pochi e, statisticamente, c’è un’alta probabilità che lui non sia uno di loro. Consapevolezza che se lui non è uno di loro allora il sesso non sarà nemmeno poi tanto appagante. Consapevolezza che, però, tutto questo purtroppo non puoi saperlo prima.

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