Ovvero: psicolabilità.
Geronzio era un uomo che dopo averlo conosciuto avevi voglia di chiamare.
Già, Geronzio era uno di quegli individui che hanno la personalità che somiglia molto al nome. No, non perché fa schifo, ma perché è particolare (sì, ok, è un modo politically correct per dire che fa schifo). Un temperamento fallico (per i meno sottili: carattere del cazzo) che ti trae in inganno, perché frequenti il soggetto convinta che gli aspetti “curiosi” della sua indole possano essere il preludio alla scoperta di un qualcosa di interessante, ma poi ti rendi conto che è solo strano.
Ci conoscemmo il 15 agosto io e Geronzio, nel suo paese in occasione della sagra della polenta e cinghiale.
Lui mi fissava con i suoi timidi occhietti azzurri. Aveva quasi quarant’anni e gli occhi azzurri in un paese di uomini con gli occhi neri e dove le donne adoravano gli occhi azzurri. Questo, però, anziché donargli l’atteggiamento da unico gallo del pollaio lo fece sprofondare in un turbine di leopardiana insicurezza e solitudine (per i meno sottili: sfiga), smentendo ciò che ho sostenuto nel post “La sindrome da animatore turistico” che siccome mi piace sto nominando nella speranza che acquisti visibilità.
Tutta la sofferenza degli anni di gioventù Geronzio l’affogò nei vizi: fumo, droghe, alcool e pantaloni di velluto a coste blu.
Li indossava anche quella sera estiva mentre mi guardava bramante di desiderio; e ancora ricordo le mie palpitazioni quando si avvicinò a me per chiedermi se cortesemente potevo spostarmi da davanti il banco della porchetta e contemporaneamente, con un gesto di sublime poesia, ravanò nel retro dei pantaloni per rinfoderare la canotta bianca di lana che fuoriusciva in corrispondenza del suo fondoschiena come una leggera spuma sulla cima di un’onda. Il 15 agosto.
Mi pare ovvio che fu subito passione. Ci appartammo in una romantica fratta e rimanemmo un po’ in silenzio. Un bel po’.
“A cosa pensi?” chiese lui.
La domanda mi mise in imbarazzo perché non sapevo se dirigermi verso la brutale sincerità (ossia: “A quanto cavolo ci metterai ancora prima di saltarmi addosso”) o la gentile menzogna (tipo: “Che sto bene). Alla fine optai per un diplomatico: “Non sto pensando a nulla”. Era una dolce creatura Geronzio e non volevo ferirlo.
Finalmente ci baciammo e per la prima volta sperimentai la tecnica del pesce rosso: consiste nel toccare labbra o parti del corpo di una persona chiudendo e aprendo spasmodicamente la bocca. Mi faceva scoprire nuove frontiere della sessualità, Geronzio.
A metà del nostro idillio lui si interruppe e mi disse:
“Grazie”
Ed io: “Eh?”
Ripeté: “Grazie”
Ed io, ancora: “Eh?” (mai il proverbio “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire” fu più veritiero).
Mi resi conto che non potevo andare avanti così ancora per molto e gli chiesi: “Ma grazie di che?”.
La sua risposta fu: “Di avermi permesso di baciarti”. Ed io dovetti far appello a tutto il mio autocontrollo da gran signora per non replicare: “Prego, 200 euro”. Difatti mi rifugiai in bagno, storico luogo di riflessione e di lotta, e fu lì che pensai che il vortice di maschia irresistibilità in cui mi stava travolgendo Geronzio era forse troppo forte per la mia instabile ed immatura personalità.
Tornai da lui e glielo comunicai. In modo estremamente diretto, come si fa quando hai davanti un uomo sicuro di sé e maturo, che non fa una piega di fronte ad un tuo rifiuto.
Passai tutta l’estate nel paese di Geronzio, ma dopo quell’episodio mi sembrò di intuire un leggero e velato astio nei miei confronti. Tipo quando diede fuoco a casa mia.
Decisi che era forse il caso di incontrarlo e parlare e fu una discussione davvero preziosa: le argomentazioni mature di Geronzio non mi lasciavano via di fuga. Insomma, voglio dire, si può forse controbattere ad affermazioni come “Specchio riflesso”, “C’hai creduto faccia di velluto” o “Scema sei te mille volte più di me”? Impossibile.
Poi, finalmente, giungemmo al nucleo del problema. Mi disse, con un tono di voce che non avrebbe saputo sfoggiare nemmeno Clark Gable nei suoi momenti migliori (quelli del “Fancamente me ne infischio”, per intenderci): “Tu mi hai lasciato. Io ho accettato il fatto. Fallo anche tu”.
Grande frase. Ho sempre subito il fascino del melodramma e questa battuta mi tramortì, anche perche dovetti riflettere per qualche secondo sulla possibilità ontologica di riuscire ad accettare qualcosa che si è deciso in prima persona pur non essendo affetti da disturbo bipolare.
Dopodiché riuscii a concentrarmi sul significato dell’affermazione e cercai di avvertire Geronzio del fatto che, forse, nel suo piccolo mondo dei mini pony nessuno lo aveva avvisato che un uomo ed una donna, per lasciarsi, devono prima mettersi insieme. Non ne volle sapere. Continuava a ripetere “Tu mi hai lasciato” e compresi che ormai dal suo piccolo mondo dei mini pony ero stata bandita.
Tornai nella mia città sconfitta ed amareggiata, pensando a lui che da quel momento in poi avrebbe parlato di me come una delle sue ex, magari definendomi come una storia breve ma intensa, ricca di aspetti controversi e complicati, talmente importante che poi ti lasci in cattivi rapporti, perché se condividi un tempo lungo quanto quello di un bacio non puoi sperare che poi si possa rimanere amici.
Ah Geronzio. Geronzio era un uomo che dopo averlo conosciuto avevi voglia di chiamare. Sì, la Neuro.
In tutta questa storia, se ha un fondo di verità, un consiglio dal cuore te lo voglio dare. Più che un consiglio, un augurio.
Uno vestito così il 15 di Agosto, ti avrebbe dovuto far capire mooolte cose.
Baci bella. Gli uomini sono molto più semplici di quello che si crede.
Io escluso.
Kiss
Non so…a me era sembrato un abbigliamento appropriato alla sagra della polenta e cinghiale. Il 15 agosto. Lo so che siete semplici. C’ho fatto un blog apposta. Baci.
Hai ferito Geronzio. Ha fatto bene a lasciarti. Gerozio uan ov as!
Sono una brutta persona. Andrò all’inferno. Lo so.
Ma soprattutto hai lasciato uno che non ci stavi insieme. È come mettersi con uno che ci stai già, no? Uno fratto, cioè. (chi è che era semplice?)
Il “teorema clockwise” mina alle basi qualsiasi mia convinzione sul genere maschile. Chissà se mi riprendo. Mi sa che chiudo il blog.
@spacciatricedilemmi: Due incontri, un bacio e un “non sei l’uomo per me”. In meno di 140 caratteri la nostra “storia”.
Direi che il post “storia” sia diventato molto più lungo ed avvincente.
Nel secondo ed ultimo incontro sei stata abbastanza chiara che mi consideravi”esteticamente svantaggiato e che una nostra eventuale storia non sarebbe durata molto”. Ovviamente detto meglio ed in modo molto carino, all’inizio pensavo per non ferirmi troppo ora invece penso perché eri molto politically correct.
Da quale mondo dei minipony ti avrei bandita, se dopo quella bellissima ed avvincente discussione, mi hai sempre risposto a monosillabi, con il tono che si usa quando dai una monetina al barbone davanti al metrò?
Se i tuoi ex sono abituati ad esser trattati come spazzatura maleodorante affar loro, ma io declinerei l’invito.
@khenzo: si, mi ha fatto abbastanza male. un mojito è riuscito a lenire il dolore, per fortuna.
@clock: tecnicamente la parola “lasciato” è sbagliata, avrei dovuto usare “mi hai mandato a fare in culo”. ma era una mail, mi sembrava barocco usare espressioni così lunghe. e sopratutto volevo tagliar corto, visto che mi avrebbe elencato con molta dovizia di particolari tutti i 105 motivi per cui mi aveva lasciato. pardon “mandato a fare in culo”.
@picchu: pensa che l’avevo sconsigliata anch’io. masochista inside
Caro Geronzio, ripeto che il mio blog è un esercizio stilistico: prendo spunto da situazioni a volte vissute da me, a volte da persone a me vicine, a volte semplicemente osservate in giro. E scrivo dei post. E’ andata così anche per te. Tu mi hai dato dei piccolissimi spunti, ma il 90% di quello che ho scritto è invenzione. Ed il fatto che tu ti ci riveda più di quanto tu realmente ci sia, mi spiace per te. Terrei a sottolineare che i miei ex sono persone con le quali ho condiviso un percorso importante nell’arco della mia vita e delle quali nel blog non parlo (tendo a non condividere tutto ciò a cui tengo particolarmente), tu sei una persona che ho visto un paio di volte (ti assicuro che l’estetica è l’ultimo dei tuoi problemi, piuttosto c’è da lavorare tantissimo sull’atteggiamento ed il tuo commento ne è la conferma tangibile), il blog è un esercizio stilistico. Sono tre universi paralleli ed in quanto tali non intersecantesi. Da parte mia hai un caldissimo invito a non mescolare i piani.