Ovvero: le regole auree delle lettere d’addio.
Oggi un’amica ha chiesto il mio consiglio: è stata lasciata via mail dal fidanzato e voleva rispondere alla lettera in maniera adeguata, con una bella uscita di scena scenografica.
Sebbene io ritenga che, spesso, la risposta più appropriata a certe e-mail sia il silenzio, posso comprendere il desiderio di rivalsa che assale le “scaricate via mail (cioè-senza-nemmeno-una-telefonata-hai-capito-?)”. E’ un senso di frustrazione che deriva dalla compresenza di due istinti antitetici: la volontà di rispondere “a tono” (aspetto razionale) e l’istinto a compiangersi per l’essere state scaricate (aspetto emotivo).
Di seguito propongo quindi un piccolo vademecum alle lettere d’addio, quattro fasi creative grazie alle quali chi lo desidera potrà approntare la propria mail di risposta.
Fase uno: operazioni preliminari. Concentrati sulla mail che ti è stata scritta: rileggila attentamente, cerca di capirne le logiche, i punti di forza e le debolezze, analizzala nel dettaglio. Probabilmente il prodotto che ti troverai davanti sarà di scarso valore letterario e con errori grossolani (è possibile che nel testo vi sia anche la giustificazione “sai, sto scrivendo di getto”, certo, come se lo scrivere di getto volesse dire dimenticare di aver frequentato le scuole elementari). Sicuramente ci saranno ammissioni di colpa e sicuramente lo scrivente si dorrà tremendamente per il male che ti sta facendo e perché il problema non sei tu è lui. Tieni a bada la rabbia e tieni a mente questi passaggi, perché la regola di questa fase è concentrarsi su quello che si sta leggendo.
Fase due: imposizioni stilistiche. Sì, perché se vuoi che ciò che scrivi funzioni devi darti delle regole. Quindi:
a. Cerca di essere sintetica: chi ti scrive “di getto” non ha voglia di pensare a cosa scrivere, quindi non ha nemmeno voglia di pensare a quello che legge. Per mantenere alta l’attenzione è fondamentale non dilungarsi concentrandosi, piuttosto, sulla composizione di periodi brevi e chiari;
b. Non alimentare il suo ego: sei stata scaricata. Il che vuol dire che tutto ciò che dirai può essere interpretato come rancoroso, goffo tentativo di apparire fredda da parte di una che, in realtà, sta solo rosicando. Eviterei quindi di vomitargli addosso tutti gli sbagli commessi da lui durante la relazione e i vari “e-perché-tanto-se-non-mi-lasciavi-tu-ti-lasciavo-io”. Non cadere nell’errore di provare a ferire il suo orgoglio utilizzando argomenti come la sua virilità: sappiamo che i maschi ci tengono, ma è una strategia ormai inflazionata. Se vuoi ferire il suo orgoglio fallo seriamente e in maniera subdola in primo luogo ridimensionando: la vostra storia, il fatto che ti abbia lasciata, le sofferenze che ti attribuisce, tutto. In secondo luogo utilizzando una delle armi più potenti che esistano: il senso di colpa. Attenzione, però, ad utilizzarlo scientemente: niente scene da vedova abbandonata. Il senso di colpa, difatti, non va innescato assolutamente mai a partire dalla vostra storia: lavora lateralmente, ad esempio rispondi per punti a ciò che lui ti ha scritto e, con nonchalance, evidenzia le sue scarse capacità sintattiche, i suoi errori grammaticali.
Fase tre: pulce nell’orecchio. Chi ti dice “è colpa mia” o “il problema non sei tu, sono io” non ci crede veramente. Si tratta solamente di uno stratagemma per non dover realmente riflettere sulla situazione, un modo sbrigativo di togliersi dall’imbarazzo di dover affrontare i propri problemi relazionali di fronte ad una giuria severissima (se stessi). Sta a te, dunque, insinuare nella mente del tuo interlocutore la possibilità della sussistenza di un problema reale. Già il solo fatto dell’ipocrita assunzione di colpa può fornirti infiniti spunti. Da ricordare è che, anche in questo caso, il tuo tono non deve essere quello aspro del rinfaccio, ma quello pacato e premuroso di chi lo consiglia, di chi in fondo “lo dice per lui”.
Fase quattro: chiusura ad effetto. Considerando che la mail dovrà essere sintetica ti ho dato numerosi elementi per stendere l’introduzione ed il corpo della lettera. Passiamo alla chiusura: deve essere una sola frase, incisiva, che riassuma il senso di tutto ciò che hai affermato nelle righe precedenti ma che, contemporaneamente, non sia troppo chiara e lasci aperto qualche interrogativo. Solitamente consiglio “sei il peggiore nemico di te stesso” perché è una frase per tutte le stagioni e tutte le personalità, si sposa bene con qualsivoglia sia il motivo della rottura e lascia un aperto un margine di dubbio discreto, ma non esagerato. Dubbio che, ovviamente, tu non chiarirai mai.